rassegna Park Chan-wook
IL COLORE DEL NOIR, PARK CHAN-WOOK
OGNI DOMENICA, DALLE 20.00 APERITIVO SOCIALE PIU’ FILM,
ASS. CLUTURALE LINEA 5, VIA M.D’AZEGLIO 200 MOLFETTA.
NON MANCATE!!!!!!
PRIMO FILM. DOMENICA 18 OTTOBRE.
- SYMPATHY FOR MR.VENGEANCE, COREA DEL SUD, 2002.
- Sympathy for Mr.Vengeance (compassione, non simpatia, per il signor vendetta) è il primo film della così detta trilogia della vendetta, firmata dal regista sud coreano Park Chan-Wook.
Come opera iniziatrice è sicuramente l’oggetto filmico più interessante dei tre, poiché porta con sé le istanze registiche che prenderanno corpo nei due film successivi, attraverso un apparato produttivo sicuramente superiore: Oldboy e Lady vendetta. Mr. Vendetta (così il titolo italiano) esce in Italia esclusivamente nel festival udinese di cinema asiatico, Far East Film Festival, ed ha successivamente una distribuzione in dvd (il doppiaggio infatti non è dei migliori, sempre che ci si vuole inoltrare nell’ardua impresa di ascoltare un film asiatico doppiato in italiano).
Previsualizzando quello che poi sarà uno stile consolidato nelle sue successive produzioni, Mr. Vendetta è una irriverente sintesi tra noir di taglio americano, l’hard boiled (di cui Raymond Chandler, Dashiell Hammett e Mickey Spillane sono pionieri negli Usa come deriva violenta della letteratura giallistica) e l’esplosione coloristica tipica dell’iconografia orientale, come dimostrano altri film orientali (subito il paragone porta a Dolls di Takeshi Kitano).
I temi dell’hard boiled (tutta la storia gravita attorno alla vendetta, il rincorrersi di due personaggi spinti dall’annientamento reciproco, l’uso spasmodico della violenza, l’elemento criminologico, l’omicidio come soluzione ricorrente, sono dei leitmotiv nella letteratura hard boiled) sono contrastati da una mise en scène atipica per lo spazio filmico del genere, quali il bianco e nero ad alto contrasto, ambienti urbani notturni, recitazione sopra le righe, giochi di luce espressionistici (il noir a livello cinematografico è l’erede del cinema espressionista tedesco, infatti molti registi del noir classico sono proprio immigrati tedeschi in Usa). La componente, esotica per il genere, del colore e il suo utilizzo iper realistico (colori molto saturati), assieme ad una prospettiva fotografica estremamente centrale e simmetrica (l’espressionismo cinematografico e il suo erede noir sono caratterizzati da prospettive sbilenche e asimmetriche) enfatizzano l’interesse dello spettatore verso la sua caratterizzazione iconografica.
Infine assieme a questa visione iper caleidoscopica del dolore, un noir a colori, insomma, Park Chan Wook usa la strategia dei generi per arrivare ad un discorso politico. La vendetta, infatti, nel suo caso è intesa non come atto singolo, reazionario, ma come atto di classe, contro il potere, come ribellione anarchica, intesa come vendetta carnale, sanguigna.
Questa estetizzazione della vendetta, tra epica e grand guignol, porta la spettatore ad una catarsi finale, in un percorso che passa attraverso le vene, la pelle, il sangue, la carne per arrivare ad un atto politico.
Giuseppe Boccassini
- Forse non c’è bisogno di parlare, forse la realtà si dispiega attraverso i suoi suoni, i fiati, i sospiri, i suoi gemiti. E non meno mediante una fotografia e una capacità figurativa fuori dal comune. Dio scompare. Si vanificano le grandi narrazioni, ogni interpretazione è errante e, se dio non esiste, non si può più parlare di metafisica né di tragedia, perché anche la tragedia ha bisogno di un fine ulteriore al quale appellarsi per giustificare ogni azione vendicativa, di un ‘logos’ a cui richiamarsi per riordinare il cosmo sottratto al suo ordine: non c’è più il fantasma del padre di Amleto ad insinuare la verità di un mondo regolato ai cui princìpi nessuno può sottrarsi, né ancora la certezza inoppugnabile di Oreste.
I film di Park Chan-wook, dunque, non sono tragici nel senso classico del termine, sono tragici perché nella contemporaneità si è perso il senso del tragico e la morte è divenuta una variante grottesca della vita stessa. La vendetta e la morte divengono banali, come banale appare la vita.
E questo in Oriente non meno che in Occidente, se è di un Oriente industrializzato e terziarizzato che si parla.
Non da meno, infatti, la critica al neo-liberismo e al post-fordismo, con la trasformazione del lavoro che ne è derivata, segni sottopelle di un’occupazione prima militare e poi culturale americana (non estranea neanche ad un altro grande regista sud-koreano come Kim Ki-Duk, negativamente alla luce nel suo “Indirizzo sconosciuto” prodotto un anno prima, nel 2001).
Risale al 2000 il primo successo internazionale di Park Chan-wook, col film “JSA – Joint Security Area”, invitato al ‘Festival di Berlino’ e al ‘Far East Film Festival’ di Udine.
Grazie alla straordinaria popolarità, ha potuto dedicarsi ad un lavoro scritto cinque anni prima, in un periodo per lui cinematograficamente sfortunato, ma che non lo ha privato certo della grande vena creativa: questo lavoro è proprio “Sympathy for Mr. Vengeance”, il primo della trilogia proposta in rassegna, che comprende anche “Oldboy” e “Sympathy for Lady Vengeance”.
“Oldboy” presentato a Cannes nel 2004 riceve il Premio della giuria, non a caso presieduta da Quentin Tarantino, che di certo ha apprezzato la vena ‘pulp’ dell’autore sud-coreano.
Mimmo de Ceglia
Sympathy for Mr. Vengeance, Corea del Sud (2002) Regia: Chan-wook Park, Sceneggiatura. Jae-sun Lee, Mu-yeong Lee, Yong-jong Lee ,Chan-wook Park. Fotografia. Byeong-il Kim. .Montaggio. Sang-Beom Kim , Scenografia. Sang-man Oh . Musica Seok-weon Kim, Seung-cheol Lee , Costumi, Seung-heui Shin Prod. Jae-sun Lee ,Kang-bok Lee ,Jin-gyu Lim, Dong-jun Seok
SECONDO FILM. DOMENICA 25 OTTOBRE
- OLD BOY, COREA DEL SUD, 2003.
Chi è Oldboy? L’angelo vendicatore che, detenuto in attesa di un non giudizio, architetta una lenta agonia per i suoi aguzzini; il padre di famiglia che cerca il ricongiungimento con la propria carne attraverso il ritrovamento della figlia; l’ignaro cittadino, figlio di una società chiusa e violenta che priva di tutti i diritti, metafora della Corea; il colpevole, inconsapevole causa di una tragedia d’amore e familiare che colpisce persone a lui vicine. Tutto questo è Old Boy, una favola romantica ed allo stesso tempo tragica, uno dei più fiammeggianti melodrammi degli ultimi dieci anni che solo apparentemente si veste della struttura del thriller o del giallo, un investigazione sul potere della comunicazione e della trasformazione della realtà come noi la percepiamo. La dolce storia d’amore che solo agli occhi di una società chiusa e perbenista può apparire incestuosa. Il film, invece, ha il merito di scavare nell’inconscio del protagonista e del pubblico e di far venire allo scoperto tutti quegli umori inconfessabili e la fascinazione del male che permeano la cultura orientale, ma non solo, direi anzi che sono nervi universali i quali, una volta scoperti, fanno venire a galla la mancanza di valori morali dell’universo umano ed il gioco del destino che muove come marionette inconsapevoli i protagonisti di questo straordinario lungometraggio. Primi piani asciutti, una mdp che viaggia come in una cavalcata di Wagner con frequenti contrappunti di jazz freddo. Un’opera insolitamente densa di significati che colpisce dritto allo stomaco, raccontando situazioni torbide in assoluta serenità, con un finale in crescendo che mette i brividi. Aspettatevi di veder ribaltati tutti i vostri codici morali e di viaggiare a metà strada tra il sogno e l’incubo in un’opera che metterà a dura prova lo spettatore attento e pronto ad immergersi nell’anima nera di questo film.
Marco Di Stefano
Oldboy: la trama perfettamente tessuta, le immagini poetiche e l’eterna sceneggiatura della drammaturgia di ogni tempo. Spesso i comportamenti umani possono apparire folli quando sono pervasi da sentimenti totalizzanti come l’amore, l’odio o la vendetta. La formula della “lucida follia” con la quale si è soliti classificarli non risolve, in realtà, il dubbio: pazzia pura o pura espressione di un’intelligenza? Il bello è che alla fine di questo film ognuno avrà la sua risposta.
Alfredo Castriota.
Ispirato all’omonimo manga di Tsuchiya Garon (scrittore) e Minegashi Nobuaki (disegnatore), Oldboy è il secondo film della trilogia della vendetta del sudcoreano Park Chan-wook, che porta il regista alla definitiva consacrazione fuori dai confini nazionali. I film infatti vince numerosissimi premi, tra i quali spicca il Gran premio della giuria a Cannes (presieduta da Quentin Tarantino), nel 2004.
Old Boy, Corea del Sud (2003) Regia. Park Chan-wook Sceneggiatura. Park Chan-wook, Jo-yun Hwang, Chun-hyeong Lim, Joon-hyung Lim, Cast. Min-sik Choi … (Dae-su Oh) Ji-tae Yu (Woo-jin Lee) Hye-jeong Kang (Mi-do). Fotografia. Chung-hoon Chung Montaggio. Sang-Beom Kim. Costumi. Sankyung Cho. Musica. Hyun-jung Shim Produzione. Dong-ju Kim, Seung-yong Lim. Colore, 120 min.
Buona visione
TERZO FILM. DOMENICA 1 NOVEMBRE
- LADY VENDETTA, COREA DEL SUD, 2005.
Il bianco
“In molti oggetti naturali, la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse qualche sua speciale virtù: come nei marmi, nelle camelie e nelle perle “Popoli diversi hanno riconosciuto nel colore bianco una qualità di preminenza regale e un’aura di sacralità: grandi animali bianchi (l’elefante, il cavallo, il bisonte, l’aquila, l’albatro dei mari) sono considerati emanazioni della divinità. e ispirano una naturale venerazione. La bianchezza è stata sempre associata alla potenza e alla benevolenza divine: bianco doveva essere l’animale offerto agli Dèi, presso i popoli che praticavano sacrifici. Questo simbolismo continua nel Cristianesimo: nell’Apocalisse i redenti portano vesti bianche, e bianchi sono i paramenti dei sacerdoti cattolici in alcune occasioni solenni. Il bianco rappresenta l’incorruttibilità della giustizia nella cappa bianca del giudice (un tempo fatta di pelliccia bianca) Secondo l’autore “questa supremazia vige nella stessa razza umana, dando all’uomo bianco un’autorità ideale sopra ogni stirpe bruna”Il bianco è inoltre simbolo di gioia: per i Romani una pietra bianca significava un giorno fortunato (da cui il modo di dire, tuttora usato: segnare albo lapillo, (con una pietruzza bianca, un segno bianco col gesso), un giorno che merita di essere ricordato per un evento felice. C’è poi il bianco della sposa, che significa candore e verginità, ma è anche un augurio di felicità senza ombre. [...] “Ma ci sono altri casi, in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro. In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito persino da amici e familiari. E’ la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chissà perché, più orribile del più orrendo aborto… “E’ questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo. Ne sono prova l’orso bianco polare e lo squalo bianco dei tropici: cos’altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono?”[...]“Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? [...]E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. [...]E di tutte queste cose, la balena albina era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?”
da “La bianchezza della balena”, Moby Dick, Herman Melville.
Regia: Park Chan-wook Soggetto: Park Chan-wook ,Sceneggiatura: Jeong Seo-Gyeong, Park Chan-wook, Fotografia: Chung Chung-Hoon, Montaggio: Kim Jae-Beom,, Scenografia: Cho Hwa-Sung .
Premi: 62ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia: Leoncino d’Oro.
Bangkok Festival 2006: Miglior regista.
Durata: 112 min

